Guido il fabbro

di , 11 Settembre 2004 21:15

Giù sotto il Bracciale, sulla vecchia strada scorciatoia che congiunge il Bottino con il Ponte al Doccione passato il fosso, sotto un naturale scalino di pietra serena la vena di argilla.
Guido prese zappa e iniziò a rimuovere lo strato di terriccio accumulatosi sopra la vena nel tempo.
Ben presto il colore della terra rimossa cambiò, da asciutta e friabile iniziò a trasformarsi in molliccia, appiccicosa da rimanere attaccata alla zappa.L’opera proseguì allargando le breccia in tutte le direzioni e meraviglia, sotto uno strato compatto di color blù scuro l’ argilla.
La zappa iniziò a togliere strisce di materiale finissimo, senza un’ombra di impurità, né un sasso né un resto di qualche radice. La paiola e il secchio si riempirono velocemente.
Guido provvide a ricoprire la buca con il materiale prima tolto, come a nascondere un tesoro, un segreto tramandato da generazioni.
Legate alle due estremità della stanga i due recipienti, li issò sulla spalla si girò e prese a scendere con l’ondeggiare dei due secchi verso il Bottino aiutandosi con la zappa a mo’ di bastone.
La forgia rimaneva sempre accesa, ma in quell’ occasione era spenta e il focolare ben pulito si presentava come un cono rosso metallico. Il foro laterale per l’ areazione sgombro mentre la griglia di fondo che separa le ceneri dal carbone era logora, scarnita dal fuoco.
Non avevo mai visto il piano della forgia così sgombro, ma sempre affollato di pinze, attizzatoi, mucchi di scorie e ferri: punte, scalpelli, ferri di cavallo abbozzati.
Posati i secchi che contenevano l’argilla Guido si appoggiò al mantice infilata la zappa nel trave del solaio si arriciò la camicia lungo i bracci fino a scoprire i gomiti.
Le grandi mani scure presero ad accarezzare il cratere della fucina che sotto la pressione delle dita l’argilla cotta che componeva il cono iniziò a frantumarsi come un biscotto appena freddo.
Veniva via a tocchi grossi come pugni e ben presto il foro si ampliò fino a trovare strati di diverso colore e molto più compatti.
La mano corse sulla mensola, lì accanto impugnò una spatola curva di recente affilatura e con gesti ampi e con andare costante iniziò a strappare dei trucioli uniformi di vecchia argilla che ricadevano verso il centro del focolare.
L’operazione si protrasse per alcuni minuti e proseguì finché non furono tolti molti trucioli e il cratere risultò pulito e ben levigato.
Con lo spazzolino immerso nell’acqua provvide a bagnare senza parsimonia tutto attorno la parte di argilla rimasta sul piano della forgia.
Guido, preso il secchio pieno di argilla, poco prima poggiato sull’impiantito, iniziò a spalmarla tutto attorno al cratere, restituendo progressivamente la forma primordiale alla fucina.
A lavoro ultimato la sede del focolare era come all’inizio, solo di diverso colore, dal rosso di prima al blù di adesso.
Un mancinata di paleo e un po’ di ginestra ben secca e una strisciata di ferro sulla pietra focaia e fu il fuoco che schiarì tutta la bottega come non avevo visto mai.
Alcuni pezzi di carbone e una tirata alla corda del mantice. Il rosso del carbone prese possesso di quel focolare.
Raccolse nel secchio tutti i detriti che poggiò accanto alla porta d’ingresso e tornando verso il mantice prese un pacchetto di punte che la sera prima aveva portato il Vaiani.
Non passarono che pochi minuti, il suono del martello tornò a farsi sentire nella via di rimpetto al Gelseto.

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