IL CORREDO DI STELLA

di , 31 Ottobre 2005 19:01


Era la mia dodicesima primavera quando mamma Luisa preparò per me la prima mansione che mi facevano donna.
-Bimba ? furono le sue parole ? devi pensare anche al tuo futuro.
Mi appese al collo un piccolo sacchetto di seta rosa con dentro tante piccole uova. Il tepore del mio corpo e il passare del tempo ?fatto sta che dopo venti giorni circa sentii un brulicare di piccoli esseri sul mio seno.
Corsi dalla mamma che subito andò a cercare una cestina dove distese un panno e successivamente vi versò il contenuto di quel sacchetto rosa.
Il fondo del cestino si animò di mille movimenti frenetici senza sosta.
Dal gelseto sotto casa strappò alcune foglioline che tagliò finemente nella cesta.
I bachetti si misero subito a divorare quelle delicate foglioline e non smisero più.
Il mio impegno quotidiano si rivelò assai continuo: andare nel gelseto potare un fastello di rame con su le foglie e portarle nella soffitta di casa dove i bachi avevano trovato la loro dimora.
Mangiavano continuamente prima solo le foglie e poi anche la buccia dei rami che dopo dodici ore erano nudi e bianchi.
Col crescere dei bachi aumentava anche la quantità di cibo da dargli, Un continuo lavoro e mentre quelli crescevano i gelsi diminuiva continuamente di chioma e quando il gelso stavano per perdere gli ultimi rami smisero rimangiare. Strisciarono lungo l?impiantito della soffitta finché non iniziarono a risalire i resti dei rami appoggiati alle pareti.
Raggiunto una biforcazione si disposero come seduti e con l?andirivieni della bocca iniziarono a rinvolgersi in un sottilissimo gomitolo di seta. In una intera giornata e parte della notte il lavoro si era esaurito e sulla fascine si potevano vedere tantissimi bozzoli di seta marrone chiarissimo.
La raccolta fu frettolosa l?indomani dalla cesta finirono nella caldaia con acqua bollente. Cercare la cima per sgomitolare l?involucro non fu cosa semplice ma imparato il trucco fu di seguito facile e veloce.
Rimasero di quel mese e mezzo di lavoro alcuni bei gomitoli di seta morbida e leggerissimi.

I tuoi occhi

di , 19 Ottobre 2005 07:40

Vorrei perdemi nei tuoi occhi
Correre l’emozione di sentirmi perduto
Preda di un dolce tepore contrastato
Ascoltare il crescere del battito del mio cuore
Confondermi nel mio ego
Ritrovarmi docile , ma non appagato.
Il mio subcoscio alla mercé del tuo.
Donna del mio destino non voltare i tuoi occhi.
Rinuncia al tuo ego e vivi la tua femminilità
Non intimidire questo sguardo
Acconsenti a che questa emozione
non sia sterile e naufraghi nel nulla.
Condividi questa struggevole senzazione
Chiudi i tuoi occhi imprigionando il mio cuore

Sfide di altri tempi

di , 7 Ottobre 2005 23:26

Sarà stato per per vincere la noia di giorni sempre uguali, sarà per l’orgoglio di essere giovani, sarà perché non c’era di meglio da fare che a Silvizzacchera venne in mente di lanciare la sfida che ormai covava nel fondo di molti animi. Il tendezioso i funghi e i racconti fatti dinanzi ad un buon bicchiere di vino. Quando arrivava l’autunno prima che cadessero le castagne: i funghi.
Occasione di intascare qualche soldo e per riprendere a frequentare i castagneti dopo un’estate trascorsa nell’orto tra fagioli, patate e così via. Le dispute tra scapoli e ammogliati fra giovani e meno giovani si facevano anche alcune decine di anni fa. Non certo a pallone; ma unendo l’utile al dilettevole in molte operazioni quotidiane. La gara tra i più svegli di lingua e tra quelli più svelti di braccia. Individuato il campione si buttava la sfida: al momento di pigiare le castagne,a vangare, a tosare le pecore, a tirare su i muri in pietra. La mente di qualche occasionale animatore si ravvivava e spesso ad insaputa del poveretto si iniziavano le scommesse. I giochi di squadra si prestavano al momento di falciare il fieno nella Piana, a battere il grano nelle aie di Migliorini, la Fontana e nel Lolle.
Nessuno prima di quella sera aveva pensato di mettere insieme i giovani del paese contro gli ammogliati alla cerca dei funghi. Il terreno della scommessa era dei più incerti perché i panieri sono diversi e perché a volte la lingua è più veloce del bastone. Fatto stà che ne venivano dette troppe e che una prova ufficiale andava fatta..
Fello proseguì dando un pò di regole e visto che l’unico giorno in cui tutti potevano dirsi liberi fu scelta la domenica successiva.
I cornuti in ordine sparso, ogniuno secondo la propria esperienza, ritrovo alle undici di domenica mattina in piazza per la conta dei panieri e delle pezzole.
I segaioli tra risate e schiamazzi, consigliati da chi sa chi il metato di Sciapo in PIan di Belluri. Si la sfida per loro sarebbe iniziata il sabato sera andando a dormire il Pian di Belluri, più vicino a Lucchio che a Piteglio, per essere sul posto prima degli altri. Si contavano le lanterne e i panieri le pezzole e anche i fiaschi di vino per dare più lena ai muscoli.
I segreti in certe circostanzr hanno le gambe corte e così già a metà settimana tutti sapevano del colpaccio statrategico e la cosa si scaldava ogni sera sempre di più.
Il sabato come sempre per i più dopo mezza giornata a Campotizzoro in fabbrica e il resto del pomeriggio a trafficare nei campi e intorno a casa, in piazza. Non le scarpe fine, ma gli scarponi e zoccoli con paniere coperto dalla pezzola a quadri sotto il braccio o il corbello tenuto dalla cordicella dietro la schiena. La bevuta, la partita a carte le battute di rito, ma nessun accenno tra le parti dell’indomani mattina.
Peppe il cavaliere tra una bussata e ena strizzata d’occhio commentava
” che scarponi lucidi!”
” quei panieri non saranno pochi?”
Le provocazioni però cadevano nel vuoto scivolavano via, cosa strana data la focosità di alcuni presenti.
Quando i più iniziarono a lasciare la piazza e i giovanotti si trovarono soli, protagonisti della notte si accesero le lanterne, si gurdarono intorno: Dino, Marino, Renzo, Nello, ….c’erano tutti e il gruppo assai numeroso scese giù nella Galliana.
Gli schiamazzi e le imprecazioni di chi inciampava nel buio della notte accompagnava il gruppo giù… giù…e non mancò chi volle svegliare Pietro il mugnaio.
Forrabuia, Pian del Fungagnino, il fosso del Rimatraio, e quando la luna era veramente alta nel cielo, il metato di Sciapo sotto il Pian di Belluri.
Qualcuno con un colpo di bricchetto accese il fuoco e tutti si sistemarono alla tonda appoggiati al muro.
I discorsi ruotavano intorno a cosa fare di prima mattina. Marino e giuliano su a Betina, Renzo, Mario, Sabatino e Ilario sul poggio di Lucchio poi giù SullIsola, la Casina e ritrovo in piazza a Piteglio. Tutti gli altri nelle Bore e sopra il mulin di PIetro.
Non mancarono diverse sorzate di buon vino che via via usciva da sotto le pezzole.
I cuori si animavano, le risate crescevano e così o perché il vino mette sonno dopo poco il metato raccoglieva solo rumori di chi russava o respiri di un sonno profondo.
La mattinata era già avnti quando i primi intorpiditi movimenti si manifestarononel metato. Aperti gli occhi lo stupore progressivo di tutti fu glaciale. Era l’ora di esporre i funghi in piazza, ma a Piteglio non in Pian di Belluri.
L’appuntamento mancato dette alito a svariate congetture e piccanti commenti.
La mesta brigata con i panieri vuoti fece ritorno al paese e per l’ora di pranzo sgattaiolando per le vie secondarie pose le gambe sotto il tavolo per il pranzo di mezzogiorno.
Riferimenti: Nonno Andrea racconta

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